Il punto culminante dell’attacco
Clausewitz lo chiama punto culminante dell’attacco: il momento in cui un’offensiva ha consumato il suo vantaggio e le resta quanto basta per tenere il terreno preso, niente di più. Ne parla nel libro VII del Della guerra, uscito nel 1832, un anno dopo la sua morte. Il gioco prende il nome da qui.
Il passo
Il capitolo è lungo più o meno una pagina. Il cuore del ragionamento, tradotto da noi dalla versione inglese di J. J. Graham (1873), è questo:
Ci sono attacchi strategici che hanno portato subito alla pace, ma sono casi rari; la maggior parte arriva soltanto a un punto in cui le forze rimaste bastano appena per difendersi e aspettare la pace. Passato quel punto la bilancia pende dall’altra parte e arriva la reazione, di solito molto più violenta del colpo che l’ha provocata. È questo che chiamiamo punto culminante dell’attacco.
Per Clausewitz arrivarci non è un fallimento: ci arriva la maggior parte degli attacchi, e solo pochi chiudono la guerra prima. Il guaio è andare oltre, perché il contrattacco che segue di solito è più forte dell’attacco stesso.
Perché un attacco si esaurisce
Nel capitolo precedente Clausewitz elenca sette motivi per cui chi attacca si indebolisce man mano che avanza:
- deve occupare il paese nemico;
- deve presidiare il territorio alle sue spalle, per tenere aperta la linea di comunicazione e assicurarsi i viveri;
- le perdite in combattimento e per malattia;
- la distanza dai depositi di rifornimenti e dai rinforzi;
- gli assedi e i blocchi delle fortezze;
- lo sforzo che si allenta;
- gli alleati che si sfilano.
Il secondo e il quarto riguardano i rifornimenti. Per il difensore vale il contrario: ogni volta che ripiega si avvicina ai suoi depositi e ai suoi rinforzi, e quindi, in proporzione, si rafforza anche mentre perde terreno.
Capire dove si trova
Clausewitz non dà una regola per trovarlo. Dice che tutto dipende dal saperlo riconoscere con il fine tatto del giudizio, e nel capitolo 22 spiega perché i comandanti tendono a superarlo: chi attacca può essere trascinato dalla corrente del movimento oltre la linea di equilibrio, oltre il punto culminante, senza accorgersene. Il paragone che usa è quello di un cavallo che tira un carico in salita, per cui è più facile continuare che fermarsi.
Nord Africa, 1941
Un esempio chiaro è l’offensiva dell’Asse in Libia nella primavera del 1941. Attraversò la Cirenaica in meno di tre settimane, arrivò al confine egiziano a più di 1.500 km di strada da Tripoli, e lì si fermò: non riuscì ad andare oltre né a prendere Tobruch, rimasta alle sue spalle. Se ne parla in Nord Africa 1941: i rifornimenti e la strada costiera.
Nel gioco
In Culminating Point i rifornimenti si contano in casse. Una divisione ne porta 5 e ne consuma fino a 0,5 al giorno a riposo, 1 in marcia e 2,4 in battaglia. I depositi mandano le casse con i camion, che arrivano più o meno lontano a seconda del livello del deposito: da 6 a 15 esagoni di strada asfaltata, cioè da 90 a 225 km. Su strade sterrate e fuori strada la portata si consuma prima.
Una divisione fuori dalla portata di tutti i depositi vive di quello che ha con sé. Finita l’ultima cassa si muove al 25% della velocità, e fuori dal combattimento la sua forza scende al 25%. Nel gioco non c’è una regola che dica dove culmina un’offensiva: lo si vede sulla mappa, di solito quando le divisioni di testa cominciano a restare senza casse.
Fonti
- Carl von Clausewitz, On War, traduzione inglese di J. J. Graham (Londra, 1873), libro VII, capitoli 4, 5 e 22: Project Gutenberg.